19 Febbraio 2022

Lobby del petrolio e immobilismo del governo: ecco perché la transizione verde non decolla

di Nicola Armaroli

Sta succedendo. Sotto i nostri occhi stanno aumentano sia le bollette della luce, che quelle del gas. I dati rilasciati da Arera (L’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente) fanno impressione: pur con gli interventi straordinari da parte del Governo, nel primo trimestre 2022 rispetto al primo trimestre del 2021 si registrerà una crescita del +131 per cento per l’energia elettrica (da 20,06 a 46,03 centesimi di euro/kWh, tasse incluse) e del 94 per cento per quello del gas naturale (da 70,66 a 137,32 centesimi di euro per metro cubo, tasse incluse). Con l’attuale mix di generazione la bolletta elettrica in Italia si stima sarà di circa 95 miliardi di euro nel 2022, oltre il doppio rispetto al 2019 in cui è stata pari a 44 miliardi di euro. Ma senza incappare in discorsi da bar, pieni di rabbia per i soldi in più da far uscire dal portafoglio, occorre riavvolgere il nastro e capire che cosa sta succedendo. Il primo punto da chiarire è che gas e luce sono due risorse indissolubilmente legate perché il primo contribuisce per circa il 40 per cento all’elettricità italiana ed è una quota praticamente identica alle rinnovabili. Le rinnovabili hanno un costo di produzione pari a zero, perché il vento e il sole non li paghiamo. Il gas, invece, serve per tenere il sistema in equilibrio. Il suo prezzo definisce il costo di tutta la produzione elettrica, che per legge deve essere remunerativa  anche per la tecnologia più costosa. Il gas, appunto. Così si arriva al meccanismo perverso per cui anche chi ha una fornitura 100 per cento rinnovabile, si vede salire il prezzo anche se in teoria non dovrebbe subire alcun aumento. Ma non è così.

Perché aumenta il gas

Quella che si è venuta a creare è una sorta di “tempesta perfetta” con varie concause. La prima è stata la ripresa post-Covid, nessuno si aspettava che l’economia riprendesse così rapidamente e c’è stata una grande richiesta improvvisa e globale di energia e materie prime. Questo ha portato a uno shock nei meccanismi di domanda e offerta. Poi ci sono i fattori geopolitici legati principalmente alla Russia, il più grande fornitore di gas dell’Europa. All’Italia fornisce il 40 per cento del fabbisogno. Noi dipendiamo fortemente dalla Russia e questo può cambiare in fretta le nostre sorti. E così è accaduto: la Russia ha aumentato la forniture alla Cina, diminuendo quelle all’Europa. Nel frattempo il gasdotto Nord Stream 2, che collega direttamente la Russia alla Germania, non è entrato in funzione. Quindi – in pieno inverno, quando c’è più bisogno – si è creato uno sbilanciamento tra domanda e offerta di gas. Contestualmente, la tensione con l’Ucraina ha esacerbato tutto, assieme alle onnipresenti speculazioni sui mercati. Insomma, saremo legati alla fornitura energetica russa fintanto che non ci stancheremo e decideremo di andare altrove, verso le rinnovabili.

L’immobilismo sulle rinnovabili

Ogni due o tre anni, da decenni, ci svegliamo una mattina e diciamo: «Ops, abbiamo un problema. Le bollette schizzano e la benzina è alle stelle!». Questa modalità emergenziale non porta lontano: se ne vogliamo uscire, una volta per tutte, dobbiamo cambiare strada. E investire sulle rinnovabili. Questo tipo di energia ha un costo di investimento iniziale elevato, ma in calo costante. Una volta che hai installato un impianto che sfrutta flussi rinnovabili sei però apposto per sempre: il flusso è perenne e gratuito. Il costo sarà zero tra dieci, venti o cento anni, a meno che lo Stato non decida di tassare il sole. In Italia la transizione energetica fa i conti con un forte istinto conservativo. Prevale talvolta l’arroccamento sull’esistente, così perdiamo tempo prezioso. Se ci fossimo mossi venti o almeno dieci anni fa, il nostro sistema industriale oggi sarebbe meglio equipaggiato per far fronte ai cambiamenti in atto. Andiamo ad analizzare le fonti nello specifico: l’Italia ha un grande potenziale idroelettrico sui suoi monti, ma essenzialmente già sfruttato. Circa il 20 per cento del fabbisogno nazionale è soddisfatto dall’idroelettrico, percentuale oscillante a seconda dell’andamento delle precipitazioni, che è minacciato dal cambiamento climatico (nevica sempre meno). Poi abbiamo le due tecnologie che potremmo definire “di spinta” della transizione: eolico e fotovoltaico. L’eolico in Italia ha dei limiti. Il territorio più adatto per posizionare delle pale sarebbe la pianura padana. Piatta, con ampia disponibilità di terreni agricoli, non sarebbe tanto diversa dai campi olandesi o danesi che sono impressi nel nostro immaginario. Peccato che da noi non tiri un alito di vento. Poi ci sono le lamentele incomprensibili, come quelle sollevate per l’installazione di pale al largo dell’Adriatico. Gli impianti sarebbero molto lontani dalla costa e il paesaggio non ne risentirebbe in modo rilevante, a fronte di energia pulita prodotta in grandi quantità. Ma il pesce grosso per l’Italia resta il fotovoltaico. Chiariamo una cosa: pensare di risolvere il fabbisogno di elettricità al 100 per cento con una sola tecnologia è una follia, per varie ragioni. Ma per il fotovoltaico ogni superficie già coperta è una piattaforma utilizzabile. Da qui al 2030 o 2050, le nostre date di riferimento, il 70-80 per cento di nuovo rinnovabile sarà fotovoltaico, per una ragione molto semplice: il sole non ci manca, è una tecnologia poco invasiva, silenziosa, che si integra sui tessuti urbani e industriali esistenti. Anche qui ci sono opposizioni, qualcuno sostiene che servirebbero superfici immense. È una sciocchezza colossale ed è sotto gli occhi di tutti: già oggi produciamo quasi il 10% del nostro fabbisogno col sole e non abbiamo tappezzato quasi nulla. La quantità di energia che arriva dal sole è immensa e le superfici necessarie sono molto limitate. In Italia abbiamo migliaia di chilometri quadrati di tetti di case e capannoni, oltre a enormi aree industriali dismesse. In Italia abbiamo una fantastica industria manifatturiera e le rinnovabili sono manifatturiero. La Cina non potrà produrre da sola tutte le rinnovabili per 200 nazioni in transizione, tutte insieme. Ci sarà lavoro per tutti. Ma c’è anche altro dietro alla svolta green che non decolla.

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