ITALIA Solare

Un’analisi di Ugo Rocca (Resit Srl) e Gianni Girotto (M5S)

Tutti i più recenti studi sull’energia – non ultimi quelli dell’Agenzia internazionale dell’Energia – dicono la stessa cosa: la domanda di gas è in calo sia in Italia che nel resto dell’Europa. E continuerà a scendere anche nei prossimi anni. L’obiettivo europeo al 2030 sull’efficienza energetica, considerato da Girotto (M5S) poco ambizioso, determinerà una riduzione dei costi delle misure anti-inquinamento e della sanità di una cifra compresa tra 4,5 e 8,3 miliardi. Migliorerà notevolmente la sicurezza energetica riducendo le importazioni di gas del 12%.  E allora, si domanda Girotto (M5S), perché insistere su un progetto che porterà solo rischi per l’ambiente, la salute e intere economie locali, e che oltretutto non risolve il problema della sicurezza energetica? Stiamo parlando dal famigerato gasdotto TAP sul quale il Governo ha deciso di scommettere. I costi per la realizzazione di questa infrastruttura verranno ammortizzati in alcuni decenni. Un tempo talmente lungo, che ci porterà a pagare l’opera anche se sarà inutilizzata perché il mondo e il modello energetico sarà cambiato.

Ugo Rocca (Resit Srl) dal suo canto fa un’analisi di tipo numerico.

Il gasdotto TAP dovrebbe portare circa 19 mld di mc/anno, attorno al 2020/21, di cui solo 7 (o 9 secondo fonti più ottimiste) destinate in Italia. Tale portata, si ipotizza, potrà aumentare fino a 30 mld mc/anno dopo il 2030, di cui sempre solo una parte per l’Italia. Ebbene in ltalia si consumano circa da 50 a 70 mld mc/anno (70 negli anni di “punta”) mentre la  portata totale già disponibile in Italia con i metanodotti esistenti (da Russia, Algeria, Nord Europa) supera i 130 mld mc/anno.

La “decarbonizzazione”, ai fini dell’effetto serra, non può essere perseguita con il gas proveniente da migliaia di km (3500 nel caso TAP) essendo chiaro che le inevitabili fughe/perdite ed i consumi per il pompaggio pesano in una valutazione a “ciclo completo, calcolate secondo le normative americane, fino ad uguagliare gli effetti (“serra”) del petrolio/gasolio (sempre a ciclo completo) che si vorrebbe sostituire in Italia col gas, sia nei trasporti che nel riscaldamento civile. Come noto una molecola di gas naturale equivale a 22/25 molecole di CO2 ai fini dell’effetto serra.

Viene anche “reclamizzata” la possibile riduzione dei costi grazie alla concorrenza tra più fornitori. In questa reclam andrebbe anche considerato che se le rinnovabili crescono e la decarbonizzazione va avanti, come tutti auspichiamo, sarà probabile un aumento dei costi del gas per ridotto sfruttamento delle infrastrutture di trasporto.

Ugo Rocca, in questa analisi, ha anche ripreso gli elaborati preparati (negli anni passati) per uno studio commissionato da APAT ed ha provato a sintetizzare alcuni risultati, aggiornandoli ove possibile. L’analisi nello studio era riferita ai rilasci dovuti alla produzione elettrica da gas, olio, carbone. Risultavano (sostanzialmente confermati anche da dati Stazione Sperimentale Combustibili, ENEA, GRTN, ISSI ed altri) circa  380 g-CO2 equiv./kWh in fase combustione da gas con la migliore tecnologia e circa 474 g-CO2 eq/kWh con tecnologia tradizionale. Valori di circa 730 per l’olio comb. e di 850 per il carbone superficiale (910 per quello da miniera profonda).

Per la fase di precombustione, i valori dipendono da vari fattori, si può aggiungere 210/290 g-CO2 eq/kWh per il gas dalla Russia o 49-86 g-CO2 eq/kWh per il gas italiano. Valori intermedi valgono per il gas Algerino etc. Per il carbone e l’olio i valori precombustione sono decisamente minori che per il gas. Occorre specificare che il gas Russo ha in generale all’origine fino al 20% di CO2 (6% il gas Algerino), CO2 che viene spesso rilasciata in atmosfera (venting) per le esigenze normative di trasporto commerciale (max 2-2,5% in volume) nei metanodotti. Durante il trasporto via metanodotto viene inoltre consumato gas (con rilascio di CO2) e si verificano perdite (CH4 in flaring, praticamente trasformato in CO2) e fughe di metano (CH4). Le fughe variano da 1% nelle grosse condotte ben gestite (da ENI) al 3-4% ed oltre (fino al 7%) in altri casi e comunque del 3-4% nella fase di distribuzione.

Altra considerazione importante: l’equivalenza ai fini dell’effetto serra di una molecola di CH4 per 21 molecole di CO2 (protocollo di Kyoto, rif.100 anni) da valutazioni recenti sembra spostarsi verso valori più alti (33/34).

Nel caso della trazione, sempre con riferimento all’effetto serra, i valori sono relativamente simili per i vari combustibili, si valuta un rilascio di circa 140-150 gCO2eq/km sia per il gas che per la benzina (leggermente la più alta) che per il diesel; quest’ultimo fa valere ovviamente il migliore rendimento del ciclo Diesel rispetto al ciclo Otto, come noto, dimezzando i consumi (in litri) a parità di percorso.

Per concludere, al di là delle valutazioni certamente da approfondire, sembra opportuno notare come l’idea di “decarbonizzare” sostituendo il gas ad altri combustibili fossili, in particolare al gasolio, almeno ai fini dell’effetto serra potrebbe risultare minimale o sostanzialmente inutile e pertanto dannoso, sottraendo risorse indispensabili a interventi veramente strutturali quali la elettrificazione dei trasporti (metro, tram, filobus, auto elettrica) e la eliminazione o riduzione della combustione nel sistema urbano (teleriscaldamento, geotermia, riscaldamento elettrico, quest’ultimo soprattutto per anziani, come suggerito anche da Assoedilizia).

Se si “spende” per investire in metanodotti, motori per trazione a gas, stazioni di rifornimento gas, sarà più complicato investire in auto elettriche e colonnine di ricarica, in teleriscaldamenti e mezzi collettivi elettrificati (con risparmi per i cittadini in assicurazioni, combustibili e misure di disinquinamento urbano).

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